Ancora un post su questa canzone, perché se si ama, si ama pienamente.
Se ci fosse un luogo abbandonato a sè.. lo potremmo prendere..
Se bastasse un tiepido congedo a risarcire i giorni che ti ho sequestrato
Se ci fosse un giorno da santificare sul tuo viso,
sulla delusione che ti ho consegnato
Se ci fosse un porto verso cui virare lo prenoterei
nei pochi giorni liberi
Ma passerà, sì passerà
questo pallore che ci rende così simili da perderci
Ma passerà, sì passerà
Se ci fosse un pianto da sacrificare sul mio viso,
sulla delusione che mi hai riservato
Se bastasse un cuore per ricominciare te lo donerei nei pochi giorni liberi
Ma passerà, sì passerà
questo pallore che ci rende così simili da perderci
Ma passerà, sì passerà
questo pallore che ci rende così simili da non distinguerci
E' una canzone, una lettera d'amore e di scuse, ispirata alle parole che una giovane donna scrisse al figlio che non ebbe la volontà e la possibilità di mettere al mondo. Siamo nel 1970. L'Italia è un paese dilaniato da forze eversive, da una tensione ideologica prossima alla follia, una violenza che credeva sopita con la liberazione e i regolamenti di conti del dopoguerra. Adele e Paolo si sono lasciati da meno di un anno. Lei porta in grembo un segreto, un evento che troverà il coraggio di confidare solo venticinque anni dopo. Non se la sente, e attorno a sè trova
una società sconvolta, senza comprensori, senza istituti adeguati ad accogliere un così intimo tormento.
A parole sono tutti disposti a scendere in campo, nella realtà gli opposti estremismi si fronteggiano a colpi di chiusure radicali e clandestinità. Sono poche le voci lucide, e una ragazza è di fatto costretta a rischiare la vita per non mettere al mondo un orfano.
Mi piace ricordare Brunella Gasperini, una limpida voce di quel tempo in cui su un tabloid come Novella 2000, che oggi racconta nient'altroche sconcezze, ella scriveva insieme a Camilla Cederna di disagi dei giovani, affrontando temi angoscianti con leggerezza e ironia, senza banalità.
Progressista, appoggiava le campagne di emancipazione, il divorzio, l'aborto. Parlava alle donne introducendo nel 'lessico famigliare' una parola nuova e forte: indipendenza. Mentale, economica, sociale. Lontana dall'isteria e dalla bruttezza delle femministe radicali, la Gasperini parlava alle femmine e ai maschi cercando di riportare sulla terra i temi dell'intimità e rompere la paranoia dei conflitti generazionali.
Un tempo gli scrittori parlavano al popolo 'anche' dalle colonne dei taboid. Quante madri, quante mogli hanno trovato un millimetro di tregua dalle vessazioni domestiche di uomini/capra, quanti ragazzi hanno imparato che il sesso non era una cosa per porci leggendo la Cederna su Novella 2000 ? Non pochi. Ma ancor di piu' sono quelli che oggi,sulla stessa rivista, mangiano con gli occhi i perizomi delle veline che spuntano dai jeans o sognano le slinguate fashion al Billionaire. I giornali sono gli stessi ma oggi gli scrittori non ci scrivono piu'.
Ricordo le parole di Adele sulla sua giovinezza, di conflitti fra ideali e realtà, in un mondo che "di noi e del sesso aveva paura". Quella paura che non è sopita oggi. Tempo fa mi fece leggere un articolo che Pasolini pubblicò sul Corriere della Sera del 1975, dal titolo "Sono conto l'aborto". La legge sull'interruzione di gravidanza fu approvata solo tre anni dopo. "Allora maledii Pier Paolo" mi disse "perchè non capivo come potesse condividere la causa di quei catto-fascisti da lui tanto detestati. Ma sbagliavo. Non capivo quanto temesse che l'aborto diventasse semplicemente un anticoncezionale come gli altri. L'ultima spiaggia. Non capivo quanto in realtà il suo terrore fosse la banalizzazione del sesso, la sua trasformazione in un ennesimo soggetto del consumismo sfrenato, in abitudine di massa, senza attenzioni reciproche, senza pienezza, senza amore".

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